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Ferrante Bandera


Ferrante Bandera nasce a Ceresara il 15 novembre 1948. Vive serenamente gli anni della fanciullezza, eccelle nello studio nei successivi.
All’età di quindici anni scopre i segni di quella che si rivelerà in seguito una malattia mortale: il morbo di Hodgkin. Gli accertamenti lo confermano. Ferrante frequenta allora il Liceo Ginnasio Virgilio di Mantova. Pienamente consapevole della sua precaria condizione, confida nella medicina ed è sorretto dalla famiglia e dagli amici. Inizia a tenere annotati i suoi pensieri e le sue riflessioni a partire dal dicembre 1966 su un diario, di cui è a conoscenza solo il suo padre spirituale, Don Roberto Milani.
A pochi giorni dagli esami di maturità, preparati con cura da Ferrante nonostante i continui ricoveri in ospedale, egli si aggrava e muore il 12 giugno 1967.
Il suo diario è stato pubblicato, su consiglio di Don Roberto Milani nel 1971, da “La Scuola Editrice” di Brescia, con presentazione di Mons. Giovanni Volta, allora rettore del Seminario di Mantova. È stato ripubblicato nel 1996 come supplemento a “Il Ticino”, settimanale cattolico di Pavia, con l’introduzione dello stesso Mons. Giovanni Volta, Vescovo di Pavia, che lo ha scelto come meditazione negli incontri con i gruppi giovanili.
Ferrante è stato un giovane del nostro tempo, che ha cercato di superare lo spettro della morte attraverso lo studio e l’amicizia, senza mai chiudersi in se stesso.
La lettura del suo diario, dall’emblematico titolo “DIARIO DI UNA BREVE STAGIONE”, ne è prova.
Oggi il morbo di Hodgkin è guaribile nel 70% dei casi.
La Biblioteca Civica di Ceresara è stata dedicata sin dalla sua fondazione nell’aprile 1973 al concittadino Ferrante Bandera, con delibera del Consiglio Comunale presieduto dall’allora Sindaco Franco Fazzi.
Nella delibera in merito si legge: “un male incurabile, dopo averlo fatto soffrire per alcuni anni, lo portò via alcuni giorni prima degli esami di maturità. Oltre al ricordo ancora vivo di quanti lo conobbero e lo stimarono, soprattutto coetanei, è rimasto un diario dei suoi ultimi mesi di vita. In esso è documentato il travaglio interiore, l'accettazione consapevole della sofferenza, la fede religiosa di un giovane che è vissuto in mezzo a noi, in una famiglia della nostra comunità. Noi intitolando la biblioteca a suo nome ci richiamiamo a questa testimonianza viva e civile”.